Elogio del balcone

Stiamo assistendo nelle ultime settimane all’esplodere di quella che potrebbe definirsi una “sociologia del balcone”. Unica via di fuga all’isolamento delle pareti domestiche, il balcone e le sue molteplici varianti (terrazzo, portico, disimpegno, affaccio con ringhiera, ecc.) sono i nuovi palchi di un teatro universale dove va in scena il nostro dramma collettivo. Stenditoi a parte, ci si va per cantare, per manifestare o semplicemente per comunicare, con la propria presenza, che nel distanziamento sociale, siamo tutti più uniti.

Silenziosi o festosi che siano, i balconi, da spazi privati, sono diventati pubblici grazie alla rete. E proprio uno di loro, diventato virale in pochi giorni, ci ricorda che “Romanticizzare la quarantena è privilegio di classe”, così come avere un balcone non è un diritto esteso a tutta la popolazione.

Ma per chi può, anche pochi metri quadri di suolo senza cielo sono diventati lo spazio sacro in cui mettere in atto i nostri rituali di quarantena. Coltivare, sgombrare, riempire, riscaldarsi, salutarsi, spiare. E, naturalmente, fotografare. Così scopriamo che, anche senza muoverci da casa, possiamo raccontare la Storia e che anche le nostre finestre possono essere dei punti di osservazione da cui analizzare un momento storico senza precedenti e, si spera, senza sequel.

La camera si fa oscura e il balcone diventa la luce che la rivela. Le finestre virtuali si prodigano nel dirci quello che potremmo o dovremmo essere e le finestre di casa ci rivelano quello che siamo diventati.

Una rivelazione che ci porta alla mente la serie Balcony of Love di Nobuyoshi Araki, in cui il fotografo giapponese ha riunito le fotografie scattate sul balcone di casa tra il 1983 e il 2011. Una serie toccante di immagini realizzate in uno spazio domestico carico di emozioni che ruotano intorno a due personaggi: la moglie Yoko - ritratta sino al 1990, anno della sua morte - e l’amatissima gatta Chiro, che dopo il ’90, Araki fotografa accanto al ritratto della moglie defunta.

Il balcone per Araki si trasforma nel luogo dell’elaborazione del lutto e gli oggetti fotografati - oggetti personali che lo collegano alla moglie - in un deposito simbolico delle esperienze passate, una testimonianza visiva dell’isolamento e della perdita di contatto con il mondo esterno. Nel tempo dilatato della perdita, il balcone diventa lo spazio in cui disegnare una geografia delle emozioni.

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